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Polarità

Polarità

Romanzo

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una moltepilicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.»

Carlo Emilio Gadda: „Quer pasticciaccio brutto de via Merulana“

Capitolo I

Arci Clemens Molina

Era per un quarto di origine italiana Arci Clemens Molina da parte del nonno Arcibaldo di cui aveva avuto stima, rispetto e al quale era legato da molto affetto. Attraverso di lui poteva ancora immaginarsi l’Italia un paese solatio, ospitale e bello di paesaggi. Quando era stato a Milano, Genova e Torino per affari non aveva avuto il tempo per accertarsene. Della lingua ricordava solo qualche espressione caratteristica del nonno nei momenti in cui questi era più infuriato del solito oppure lo si contraddiceva per cui emetteva giudizi taglienti senza concessione di repliche. Arcibaldo Molina era un uomo pratico, molto intelligente, ma poco espansivo, taciturno e a volte scontroso.

Attraversate le Alpi, giovanissimo, il nonno Arcibaldo, si trovò in un’Europa bisognosa di mano d’opera e, rimboccatosi le maniche, si buttò a capofitto in qualsiasi attività gli promettesse un minimo soddisfacimento finanziario. Viaggiò moltissimo: Francia, Svizzera, Inghilterra, Olanda e il paese che scelse per stabilirsi fu la Germania.

La sua storia sentimentale si può riassumere in due righe: un primo amore fiammeggiante con un’irlandese tutta rossa, cosparsa di lentiggini, che lo fece aspettare ad un appuntamento oltre i limiti della sua pazienza e poi quella studentessa di filosofia che invece di scrivere saggi su Heidegger o su Wittgenstein, volle vivere l’avventura di una filosofia applicata e se lo sposò.

Dall’unione di Hildegard e Arcibaldo nacquero due maschi: il primo morì a cinque anni di leucemia e il secondo crebbe gracile fino a diciotto anni per poi diventare un bell’uomo che a trent’anni si prese per moglie la sua giovane vicina di casa.

Il nonno Arcibaldo era riuscito con gli anni a far fruttare la sua sagacia nel campo della costruzione edile fino a salire la ripida pendenza che da semplice muratore lo aveva spinto a direttore dei lavori, a socio imprenditoriale, a imprenditore. Il figlio lavorava nell’amministrazione e i rapporti familiari erano eccellenti.

Nacque quindi un altro Molina a cui il padre, nel rispetto della tradizione, volle chiamare come il nonno. Alla madre quel nome sembrava troppo lungo e antiquato così che decisero di registrarlo Arci e come secondo nome Clemens, il nome dell’altro nonno.

Arci Clemens aveva ereditato dal nonno il senso pratico e dalla nonna la capacità riflessiva analitica, mentre dai genitori una certa bonomia e spensieratezza. Un bel miscuglio che conferì ad Arci le qualità necessarie per farsi ben volere, per far apprezzare la sua intelligenza insomma per essere un giovane di buone speranze. Ottimi i risultati a scuola e all’Università che terminò con la lode. L’economia era il suo forte e Arci aspirava a entrare nelle banche, nel mercato ad alto livello, nei gruppi finanziari.

Innamoratosi e poi sposatosi, ancora con tutte le strade aperte, decise, anche per insistenza della moglie e dei suoceri, di entrare nel campo dell’assicurazione dove lo attendeva un posto di responsabilità nel settore della navigazione aerea internazionale.

La sua vitalità fu messa tutta al servizio dell’Istituto Ass. Gen., la sua competenza economica si specificò in un determinato settore, la sua arguzia nell’escogitare il maggior profitto possibile attraverso contratti sempre più particolarizzati nei rami primari.

Dal carattere esuberante, sostenuto dal successo nel suo lavoro, era spesso invitato a partecipare a riunioni informali nei salotti dove si discutevano le direttive politiche e finanziarie più importanti.

Nei primi dieci anni la sua ascesa sembrava non arrestarsi. Gli era stato conferito un maggiore campo di azione, sempre nel suo settore. Le sue relazioni importanti tra i luminari della scienza economica si erano ampliate e allo stesso tempo specificate.

Era certo di stare per fare un salto di qualità nella sua carriera di economista, di competente finanziario. Sembrava che da un momento all’altro scattasse quella proposta da parte di una holding importante per farlo entrare nella sezione direttiva a cui aspirava. Ogni volta però, a causa di cambiamenti e ripensamenti alla base, Arci veniva escluso dalla scelta.

Nonostante l’energia impiegata per appagare la sua ambizione, la sua posizione in pratica non era mutata. Era ancora alle dipendenze di un dirigente, seduto la maggior parte del tempo davanti al computer a scrivere o a correggere i nuovi contratti, ad aggiornare i vecchi, a leggere le nuove norme. Qualche piccola divagazione, come un volo a Tokio, a New York, a Parigi, dove trascorreva in un altro ufficio tre giorni di discussione sulle nuove tariffe, sui nuovi rischi nei voli internazionali, non faceva svanire la noia che indolenziva le membra, inacidiva la bocca e chiudeva lo stomaco dai crampi.

Durante gli ultimi anni, per non essere riuscito ancora a crearsi autonomia d’azione e ottenere il potere decisionale a cui aspirava, era lievitata in lui lentamente una certa sazietà per la sua attività che conosceva ormai in tutti i possibili risvolti, ed era subentrata la delusione per come l’elemento fondamentale, il denaro, venisse usato e considerato: lo sentiva ridotto ai meschini risparmi, agli investimenti per il look, per la facciata, non dava esso adito ad altro scambio di vedute, ad altri orizzonti, ad altre mete. Non c’era una vivace aspirazione per l’imprenditoria, dominava solo il panico per i rischi, quindi nessun risultato di cui potersi sentire appagato. Si aggiungeva, inoltre, la rigida burocrazia, le procedure fisse, la freddezza dei rapporti formali.

Questo impianto, questa struttura inalterabile e allo stesso tempo penetrante fin nei più reconditi recessi del metabolismo, livellò la tensione, fece decantare il tono esuberante, s’arrestò la rincorsa alle cime e come reazione Arci divenne chiuso, malinconico come non lo era mai stato, asciutto nei rapporti di lavoro e con la moglie Else.

Else, architetto d’interni, nel frattempo era riuscita a imporre il suo gusto, adeguandolo alle condizioni sociali diverse, impegnata per lo più ad alzare il livello del lusso negli appartamenti, nelle ville, nei castelli dei magnati.

Questa sua attività la portò spesso lontana da casa, e volava volentieri da un continente all’altro mentre, tornata a casa, trovava un marito che non aveva più voglia di volare con la fantasia, con i progetti, con la speranza e poco espansivo per cui il rapporto si allentò e non le fu difficile trovare un altro uomo, sempre spinta dall’ebrezza dell’avventura e dal brivido del nuovo.

Else andò ad abitare dall’amico. Arci rimase solo. Di separazione e di divorzio non se ne parlò né dall’una né dall’altra parte.

Al suo quarantesimo compleanno, organizzato dalla sua fedele segretaria Isabel, convennero colleghi e amici. Ricevette molti doni simpatici, alcuni kitsch, altri erotici, pochi di gran valore, e uno speciale: il suo ritratto a carboncino che i colleghi avevano fatto eseguire da un pittore di loro conoscenza tratto da una fotografia. Tra tutti questi regali raccolti e ammucchiati su un tavolo, alla sera quando Arci rimase solo, c’era un regalo che prima non aveva notato, avvolto da una bella carta a fiori, con il fiocco rosso. Lo aprì, era un libro: “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi. Pensò fosse uno scherzo e gli sembrò di cattivo gusto essere paragonato ad una mosca che ronza attorno alla torta del capitale (torta o peggio secondo i punti di vista). Tra le pagine trovò una cartolina, la riproduzione di un quadro di Picasso, in cui sul retro vi era scritto:

“Felicitazioni per il tuo compleanno e tanti auguri per il futuro che attende da te il volo più alto di quello di una mosca,

una tua ammiratrice.”

Ripassò in rassegna tutti i volti di donna che erano stati presenti alla festa del compleanno, ma nessuna delle corrispondenti persone gli sembrava possibile avere avuto l’ardire di regalargli quel libro. Chiese alla sua segretaria, ma anche lei cadde dalle nuvole permettendosi però, con un sorriso ironico, l’espressione: – sarà stato un demonietto!

Il libro fu gettato sul tavolo della sala in pasto alla pila di giornali che l’invadevano. Su quello vennero ad accumularsi altri giornali e lì sarebbe rimasto se la donna delle pulizie, facendo ordine sommario, non lo avesse appoggiato sulla libreria in bella vista.

La vita di Arci era diventata monotona ormai. Senza la presenza dell’effervescente moglie, senza stimoli intellettuali, senza amicizie affettuose, trascorreva le sere dopo il lavoro tra il giornale e la televisione, tra un ristorante e una cena congelata ripassata nel forno a microonde. Pensava, ogni tanto, alla sua segretaria Isabel, bella donna, giovane sui trent’anni, non sposata, ma temeva di instaurare un nuovo rapporto in cui bisognava mettere in conto l’entusiasmo, il tempo, il denaro, la pazienza, la comprensione, l’adattamento, insomma troppo, e per il momento non se la sentiva di mettersi a fare il gallo.

Una sera, mentre stava guardando la televisione e cercando uno scampo qualsiasi alla tortura del video ipnotizzante, scorse “Le mosche del capitale” fare capolino dalla penombra della stanza. Più deciso che mai a farlo sparire anziché leggerlo, si alzò di scatto, lo afferrò e mentre andava verso la cucina per disonorarlo nella pattumiera, lo aprì a caso, vi scorse la solita cartolina che era infilata tra le ultime pagine e l’occhio, precedendo il gesto della mano, lesse:

“Non si tratta nemmeno più di persone, ma di personaggi fuori dell’umanità, anzi di cifre, entità, centri di trasmissione, parti di un teatro televisivo, di un trust di immagini. E questo è anche il problema dei personaggi del mio libro: non sono individui di questa terra, sono emblematiche figure traccianti, jet che sfrecciano da una parte all’altra e dominano il mondo.”

Incuriosito da quelle parole dette da Volponi in un’intervista concessa a Giovanni Raboni, si soffermò a leggere un altro periodo, su un’altra pagina:

“Penso che l’industria sia un grande bene dell’umanità, ma solo se viene adoperata secondo una coscienza democratica e secondo scelte democratiche, che decidano dove e come e quando si fa l’industria; non se l’industria pone essa i vincoli e comanda essa e governa essa il mondo fino a mangiarselo, a divorarselo con la scusa che così è la tecnologia, così è la ragione della scienza, così è il progresso. Stanno simulando di darci un mondo nuovo e diverso che invece non ci danno, ci bruciano quello che abbiamo sotto i piedi e basta.”

Arci rimase in cucina in piedi, appoggiato al lavello, sotto la luce sfacciata dei neon, qualche minuto ancora quel tanto per capire che quel libro doveva essere un nemico da affrontare con gli specifici argomenti a lui familiari e quindi stimolante al contraddittorio. Una sfida tra competenze finanziarie e politiche. Avrebbe potuto anche scrivere un articolo sul mensile finanziario contro certa letteratura. Spense la televisione si sedé in poltrona e iniziò a leggere.

Tutte le sere, per circa una settimana, si ritrovava con il libro in mano al quale dedicava qualche ora del suo tempo libero, più per consolidare la sua disapprovazione che per interesse; ma alla vicenda di Bruto Saraccini, industriale idealista, protagonista del romanzo, si sentiva legato dalla convinzione che nella società capitalistica non vi fosse spazio per i miglioramenti sociali a carattere umanitario; e involontariamente Arci si lasciava coinvolgere dalle aspirazioni democratiche dell’autore come se fossero le proprie.

La lettura di quel romanzo gli offrì lo stimolo ad aprire una finestra, fin’allora tenuta ben serrata, sull’arte letteraria, sulla vita intellettuale che in generale teneva in poco conto o disprezzava nella convinzione che fosse causa di dispersione di forze, di intralcio all’attività pratica per la produzione e il consumo.

E da quella finestra guardò con curiosità a quel ripiano della sua libreria dove si trovavano ancora i romanzi del nonno e i testi di filosofia della nonna.

Si rinnovò così in lui il piacere per la lettura, e un tesoro ricco di storie emozionanti, di idee stimolanti, di visioni nuove era lì pronto generosamente a regalare tutta la sapienza, la vita, l’esperienza e la sua creatività.

Scelse un altro volume da leggere e poi un terzo, inebriato dalla sconvolgente altalena vissuta dai personaggi storici o creati dalla fantasia, stagliati e presentati così veri e così presenti da fare alterare il battito cardiaco, il ritmo del respiro sia che si trattasse del Socrate di Platone o del Bruto di Shakespeare o dell’Ifigenia di Goethe, e perché no, anche del Metello di Pratolini o di quell’ Unico e la sua proprietà di Stirner da cui si sentiva stimolato a rivedere molte opinioni in lui stratificate.

Lesse a caso quello che capitava e ogni volta gli sembrava di avere scelto il libro giusto, quello che gli apriva nuovi orizzonti o lo coglieva impreparato di fronte ad un aspetto nuovo della vita.

Fin da giovane, in famiglia e a scuola, più tardi nel lavoro, aveva sentito parlare solo di denaro e del suo potere. Ci si intratteneva sulle strutture, sugli investimenti, sui profitti. Impresa, concorrenza, pubblicità, scavalcamenti, contratti e quindi dividendi, percentuali, interessi, sconti, erano alcuni dei temi ricorrenti.

Ma il temperamento di Arci, con il quale era venuto al mondo, o meglio che si era stabilizzato con la maggiore età, era esuberante, mobile, fantasioso, coraggioso, con l’amore per l’avventura, fornito di un vulcano di idee che ruggeva in lui sempre pronto a eruttare progetti troppo impegnativi a cui doveva prima o poi rinunciare.

In fondo il suo impegno all’Ass. gli permetteva di prendere tempo per realizzare il suo sogno, creandosi nel frattempo il trampolino di lancio per saltare nel mondo dell’alta economia. Anelava a diventare famoso e importante come un Ford, un Daimler, un Agnelli, un Olivetti, oggi come un Gates.

La letteratura lo incantava, mentre quando l’aveva dovuta studiare da giovane al ginnasio, l’aveva lasciato indifferente. Adesso aveva un altro sapore, uno spessore che lo affascinava.

Trascorse così immerso nella lettura alcuni mesi. Questo periodo fu per lui come un’ubriacatura che lo rese attivo nell’acquisizione di nuove argomentazioni, nuovi modelli di vita, nuove idee, ma lo lasciò passivo nel creare, nel produrre. Della scrittura si sentiva più nel ruolo della carta assorbente che in quello della penna.

Notò che gli mancava qualcosa a cui dedicarsi interamente. Nonostante stesse sempre aggiornato ai processi economici mondiali, sentiva forze sovrabbondanti per potersi dare un traguardo da raggiungere o un’attività nuova, piena di vita, da intraprendere.

Alle sue ambizioni dirigenziali non aveva rinunciato, le teneva gelosamente custodite nel freezer, per il momento congelate, attendendo l’opportunità in cui qualcuno gli chiedesse una cena succulenta per presentare rapidamente una ricetta culinaria originale e appetitosa.

Non era pienamente cosciente di quello a cui anelava; era ancora un sordo brontolio che si faceva sentire soprattutto alla sera appena aveva terminato di leggere un libro. Per zittirlo ne cominciava uno nuovo.

La sua segretaria Isabel gli presentò l’invito per assistere all’inaugurazione di una mostra di pittura a cui lei era interessata perché conosceva l’artista e le sue opere. Arci non aveva intenzione di andarci, né la voglia di guardare pitture di nessun tipo. Considerava l’arte figurativa e astratta utile solo per illustrare libri e cataloghi, per addobbare le case con colori vivaci, e al massimo da impiegare nella pubblicità. Isabel però fu persuasiva ricordandogli di avere organizzato la festa del suo compleanno e che quindi aveva un debito di riconoscenza per lei.

Arci acconsentì e quella sera passò a prenderla a casa sua.

Isabel lo introdusse in salotto pregandolo di attenderla qualche minuto perché non era ancora pronta. Nel frattempo si sarebbe potuto servire da bere; era tutto a sua disposizione su un tavolo assiepato di liquori vari.

Era la prima volta che Arci andava a casa della sua segretaria. Ammirò il gusto semplice dell’arredamento, le suppellettili e i quadri appesi. Quando Isabel apparve con un vestito nero scollato, con i capelli biondi raccolti sulla nuca, Arci si soffermò a seguire con lo sguardo la curva che dalle spalle tornite ascendeva alla delicata concavità del collo. Isabel, colta nella sua vanità, rimase piacevolmente perplessa per come Arci la guardasse. Non era mai successo che il suo capo le concedesse un apprezzamento per la sua bellezza e cosí compiacente. Cinque anni prima era stata assunta come segretaria, e Arci aveva voluto sempre mantenere la distinzione tra i livelli delle competenze attraverso un educato e formale comportamento. Isabel l’aveva sempre rispettato anche se qualche volta aveva espresso molto discretamente il desiderio di un rapporto un po’ più sciolto e amichevole. Arci avvertì questo desiderio, e come succede spesso agli uomini, lo interpretò come un invito a familiarizzare, come un’avance d’amore. Questa volta fu lui a introdurre il discorso dei rapporti formali e propose che se essi erano stati sempre rispettati, adesso si presentava l’opportunità d’infrangerli concedendosi il piacere di darsi del tu e di presentarsi al vernissage come due buoni amici.

Isabel, prima di accennare ad una qualsiasi risposta, lo guardò intensamente, gli andò vicino, e toccandogli un braccio gli sussurrò, come a rivelare un segreto, che non sarebbe mai andata ad un incontro di amici con lui se avesse dovuto chiamarlo: dottor Molina qui, dottor Molina là. Arci fece una bella risata, si congratulò per la sua franchezza e, per accantonare quell’argomento, le fece i complimenti per la toilette che trovava bellissima. Inoltre le confidò di sentirsi fortunato di avere una così bella amica e l’onore di accompagnarla. Lei lo ringraziò con un sorriso, lo prese sottobraccio e si avviarono all’appuntamento.

Fu una serata mondana, piacevole, rilassante, in cui si parlò molto di arte moderna e contemporanea, spesso con termini specifici su temi estranei alla comprensione di Arci come sul ribaltamento del tempo, sullo spazio incoerente, sul connubio tra astrattismo e realismo, tra natura e ragione, sulla transavanguardia, sul postiperrealismo a cui Arci tendeva l’orecchio solo per la curiosità di ascoltare il suono di un linguaggio sconosciuto, senza riferimenti immediati per lui.

Isabel l’aveva persa di vista in mezzo a tutta quella gente, in ogni modo si muoveva sicuro tra i vari gruppi che si erano formati a parlare. Si soffermò ad ascoltare alcune signore che riferivano il prezzo di alcuni quadri famosi quando scorse Isabel nel vano di una porta parlare con l’autore dei quadri esposti. Fece per avvicinarsi, ma Isabel, più rapida di lui, lasciò l’amico pittore e si fece incontro ad Arci con due coppe di champagne scusandosi di averlo lasciato solo.

Arci era molto occupato a controllare il prezzo di ciascun quadro secondo la lista del catalogo ed era colpito da come alcune macchie di colore su tela dal titolo ‘osmosi’, ‘superamento’, ‘acquiescenza’, ‘solitudine’, ‘escatologico’ potessero costare dai duemila ai cinquemila euro. Ripassava davanti ai quadri, li osservava di nuovo, controllava il prezzo.

– Questa macchia blu sul grigio con una striatura di azzurro sopra e una gialla sotto, dal titolo ‘nostalgia del sud’, costa cinquemila.

Parlando con Isabel espresse la sua perplessità per i prezzi molto alti, pur sapendo che alcuni quadri famosi erano valutati milioni di euro. Isabel per distrarlo dalla sua idea fissa, gli domandò quale di quei quadri gli piacesse di più, e Arci, per non essere scortese, scelse ‘inconciliabile’: una macchia rossa quadrata sulla sinistra, una ovale blu a destra collegate da righe nere di diverso spessore, costo: tremila.

– Come si decide e chi lo stabilisce il valore monetario di un’opera? – Chiese Arci.

– L’artista insieme al mercante d’arte, e dipende dalle richieste, dalla grandezza della tela, e dall’elaborazione del soggetto.

Arci ne fu più che convinto e si andò a bere un altro bicchiere di champagne che si gustò a sedere su una comoda poltrona.

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